1- Arteterapia nell’ambito dell’alcoldipendenza

POTENZIALITA’ E LIMITI DELL’INTERVENTO

Introducendo l’intervento di Arteterapia nella presa in carico e nel trattamento del paziente alcolista è necessaria una precisazione.

Operando come arteterapeuta all’interno di un Centro Diurno1 ho potuto assistere alla trasformazione, avvenuta negli ultimi anni, dell’ambito di intervento che, attualmente, è caratterizzato da una prevalenza di utenti spesso polidipendenti e con doppia diagnosi, con la presenza di giovani uomini, alcuni dei quali in pena alternativa, e di giovani madri seguite dai servizi sociali per problemi riguardanti l’affido dei figli.

La complessità di questa presa in carico ha richiesto nuove proposte terapeutiche e riabilitative con modalità integrate, dove le diverse figure professionali concorrono a creare coerenza nella comunicazione e nell’intervento, offrendo la possibilità di investimenti transferali diffusi. Vengono offerte un ventaglio di attività, coordinate dal progetto educativo: Arte e Danzaterapia, Espressività corporea, Psicoterapia individuale, Trattamento medico e sociale.

Anche nell’intervento con l’Arteterapia, caratterizzato da incontri settimanali di gruppo, ho dovuto tener conto della particolarità dell’utenza e, parallelamente alla libera espressione di temi personali, ho affiancato la sperimentazione dei materiali artistici come momenti facilitanti e di possibile sblocco creativo, la proposta di temi condivisi nel gruppo e il lavoro su grandi formati per un maggior coinvolgimento corporeo. In quest’ottica ho

lavorato a diretto contatto con i danzaterapeuti e i colleghi delle terapie corporee nella convinzione dell’importanza di una integrazione tra i diversi approcci.

Nell’intervento con alcolisti in fase di astinenza, che presentano il graduale recupero della lucidità e dell’esame di realtà, è basilare, infatti, creare un clima di non giudizio in cui il gioco e la sperimentazione stemperino l’ansia e il senso di autocritica, aiutando a superare i sentimenti di vergogna e di inadeguatezza.

Entrando nello specifico, una prima osservazione: spesso in questi soggetti si evidenzia, particolarmente all’inizio del percorso, l’emergere di metafore visive in cui sono raffigurati gli intenti che la persona si prefigge.

Si tratta di strade che sembrano suggerire una meta e un percorso, rappresentazioni dove si delimitano bene/male, vita/morte e le scelte da intraprendere, fino a giungere a raffigurazioni di lotta aperta con la sostanza.

Queste metafore sono a volte enunciazioni stereotipate, slegate dal sentire. Spesso non sono richieste di aiuto e non esprimono la consapevolezza del problema, malgrado venga espresso in modo così chiaro, si potrebbe dire “urlato” nei colori e nelle forme.

Anzi sembrano negarlo, quasi a sottolineare che tutto è sotto controllo. Naturalmente queste immagini comunicano molto e, malgrado la valenza difensiva e sintomatica, sono un importante inizio.

La persona già in questi primi lavori comincia a confrontarsi con i materiali artistici, ad entrare in contatto con essi. E con questo avviene la possibilità di un contatto corporeo che, aprendo la porta della percezione, apre al sentire e alle emozioni che così spaventano i nostri utenti.

Il paziente può sperimentare momenti di piacere intenso, attraverso percezioni sensoriali che coinvolgono il fare, il vedere e l’essere visto, il dare forma, in una serie di esperienze vitalizzanti.

I materiali artistici sono, infatti, di per sé occasione di stimolazione sensoriale e percettiva piacevole e coinvolgente e, con questo,permettono l’emergere di memorie antiche che gradualmente possono essere viste e affrontate.

È da questi disegni che può iniziare un percorso significativo, in particolar modo se la persona può permettersi, a livello intrapsichico, di utilizzare una gamma di materiali morbidi e scorrevoli come i pastelli ad olio, i gessi colorati e le tempere.

A volte è possibile osservare come la stesura del pastello ad olio o il passaggio ai gessi colorati provochi nel soggetto un’immersione nel processo artistico, nel piacere di stratificare e di stendere il colore con le mani, senza paura di sporcarsi e di perdere il controllo.

Colpisce nei pazienti alcolisti l’uso frequente di queste modalità espressive che rimandano al “contatto”: la stesura del gesso colorato sul foglio, il creare la sfumatura con lo sfregamento delle mani, lo sperimentare le continue variazioni e cambiamenti dei colori che suscitano forti sensazioni con l’aumento del calore nelle mani e nel corpo, provocate dall’incontro con la superficie del foglio e dalla gestualità accentuata.

La persona sembra attuare con queste modalità un processo di autocura, ma questo avviene all’interno della relazione con l’arteterapeuta che accoglie e sostiene l’esplorazione di queste nuove sfumature emotive.

Il ripetersi di questi gesti sembra, infatti, sottolineare un bisogno a lungo rimasto inascoltato: viene spontaneo associare a queste modalità l’immagine di un abbraccio, di un contatto ricevuto e ricambiato.

Quando questo avviene, dopo pochi incontri o dopo diversi mesi, si evidenzia un dato importante: malgrado le carenze della matrice relazionale della prima infanzia, l’utente riesce a lasciarsi andare, ad allentare il controllo permettendosi l’immersione nel processo artistico e nella scoperta delle immagini interiori.

Ecco allora apparire immagini in cui si è ben lontani dagli stereotipi iniziali: è in questi momenti che possono emergere ricordi dolorosi.

Si tratta di un “nuovo inizio”, un segno prognostico positivo, anche se sappiamo come le migliori potenzialità si possano vanificare in ogni momento del percorso.

Un primo esempio: A., un giovane uomo, in carico al servizio per problemi di polidipendenza, sperimenta già al secondo incontro la morbidezza dei pastelli ad olio. Il tema raffigurato (Fig. 1) rientra pienamente nei manifesti emblematici a cui ho accennato, ma la sua esecuzione è occasione per un contatto con il materiale, di cui scopre le possibilità di resa attraverso le sfumature che riesce a creare con il colore trascinato direttamente con i polpastrelli delle dita.

FIG_2

FIG_2

FIG_1

FIG_1

 

 

 

 

Sarà questo l’inizio di un lungo percorso attraverso le tempere e i gessi colorati, con cui esplorerà un mondo di mostri e di supereroi, concedendosi però anche splendidi paesaggi (Fig. 2).

Dopo molti mesi approderà alle matite di grafite e sarà nel gioco dei bianchi e neri che riuscirà ad esprimere i ricordi più dolorosi e la propria fragilità (Fig. 3).

FIG_3

FIG_3

Alcuni cambiamenti possono avvenire in tempi molto rapidi. Il primo lavoro di C. è questa casa collocata in un paesaggio non definito (Fig. 4). Non vi sono strade, alberi, elementi che possano creare un contesto. Il lavoro è stato realizzato in due incontri e gradualmente la casa ha assunto questo aspetto angoscioso. Il paziente, un giovane uomo, aveva trascorso l’ultimo anno della propria vita chiuso in casa, senza contatti con l’esterno, abusando di sostanze alcoliche, in una profonda crisi depressiva.

È arrivato al servizio ormai dipendente dalla sostanza e deformato per un aumento ponderale di più di trenta chili.

FIG_4

FIG_4

La successione di questi tre fondi è la risposta che C. ha dato alla proposta di realizzare una sperimentazione con sfumature di colore (Fig. 5 – 6 – 7). Appare sempre il grigio e il nero ma, nell’ultimo lavoro, assume quasi un aspetto catartico nel fondo che sembra raffigurare una tempesta. C. si scopre in grado di realizzare opere che i compagni guardano ammirati.

Il successivo lavoro è questa riproduzione di un quadro di Guttuso (Fig. 8).

C. sceglie i gessi colorati che stende in modo accurato, rendendoli vellutati. I contorni neri vengono alleggeriti con una tecnica particolare di trascinamento effettuata con le dita, che mescola il nero con i colori del fondo. Lavorerà a questo disegno per più incontri. Questo cambiamento in atelier segnala l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica con gli operatori, con una prognosi inaspettatamente favorevole.

FIG_5

FIG_5

L’atelier si configura, quindi, come un’area “franca”, in cui non si spinge verso la libertà espressiva, ma la si offre. Questo permette al soggetto di accostarsi al proprio mondo interno, alle fantasie e alle immagini che lo popolano, dando loro spessore materico, in una oggettivazione che può essere il primo passo per l’osservazione e la successiva elaborazione2.

Queste potenzialità nel ricontattare bisogni e aspettative attraverso l’espressione artistica sono, però, un passaggio che può essere bloccato quando la persona ha subito traumi ed abusi3.

L’Arteterapia, ad esempio, sembra non funzionare ed essere messa in scacco con le giovani donne, spesso madri, che hanno alle spalle esperienze di abuso e di violenza. L’accesso all’area del gioco, della perdita di controllo attraverso i materiali, la sperimentazione del piacere sensoriale, è temuta e negata.

FIG_6

FIG_6

Si tratta di donne con storie in cui si ripetono elementi drammaticamente caratterizzanti: l’abuso e il clima di violenza viene vissuto all’interno della famiglia, la violenza viene attuata da un componente familiare (padre, patrigno, parente prossimo). Chi è testimone, frequentemente la madre, tace e non interviene, proteggendo e scegliendo alla fine l’abusante.

La bambina in questa situazione è soggetta ad un accudimento centrato sul controllo in assenza di protezione; i suoi tentativi di richiesta di aiuto, in quanto negati, si trasformano in violenza psicologica con messaggi di svalutazione; la ribellione al contesto familiare la portano a diventare il capro espiatorio della famiglia patologica.

Si tratta, tra l’altro della prima generazione di donne che tenta di spezzare la catena degli abusi e delle violenze intra-familiari, anche se la richiesta di aiuto viene formulata partendo dalla dipendenza. Sono spesso madri che arrivano al servizio proprio quando il loro ruolo viene messo in discussione e devono lottare per riavere l’affido dei figli.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

FIG_7

Nei percorsi in atelier è possibile osservare il ripetersi di alcune costanti:

-      una produzione stereotipata con caratteri adolescenziali i cui temi prevalenti sono cuori, mani variamente intrecciate, collage di coppie e donne “patinate”, che si accompagnano all’uso della scrittura e all’inserimento di slogan e titoli ritagliati, che rappresentano in modo parallelo i temi raffigurati;

-      la tendenza a rifugiarsi in lavori ossessivi che occupano un gran numero di sedute come tele di Penelope mai ultimate, erigendo una barriera difensiva all’introspezione nella ripetizione rassicurante di un compito già deciso, che non provocherà sorprese;

FIG_8

FIG_8

-      l’uso di tecniche e materiali di controllo (pennarelli, matite e pastelli colorati, collage) che permettono il mantenimento della distanza emotiva;

-      l’impossibilità di provare piacere e di abbandonarsi alle sensazioni provocate dai materiali;

-      l’incapacità di concedersi il raggiungimento di una padronanza dei mezzi espressivi. Anche nel caso di sperimentazioni e di un nuovo utilizzo dei materiali, non si crea memoria ed è come se l’esperienza non lasciasse traccia;

-      la difficoltà di cogliere la forma nel suo insieme, perdendosi nei particolari e non distinguendo nelle immagini la figura e il fondo come se tutto andasse “insieme”, senza priorità e senza la possibilità di proiettare significati su forme astratte;

-      l’utilizzo della riproduzione come “stampella” senza arrivare ad una rielaborazione personale, non affrancandosi quindi dalla dipendenza;

-      la svalutazione di quanto realizzato e il non riconoscersi capaci.

Sembra ripetersi l’impossibilità di fidarsi, di lasciarsi andare all’interno di una relazione, di sperimentare uno spazio in cui essere accolte e sostenute.

Il ruolo di madre sembra, inoltre, non permettere a queste giovani donne la possibilità di assaporare un spazio personale e di legittimarsi come soggetti in grado di esprimere la propria individualità e di rispondere ai propri bisogni. Il bambino descritto negli incontri è carico di sentimenti ambivalenti, a volte sentito in modo competitivo (“Mio/a figlio/a è più bravo/a di me”), aumentando con ciò gli aspetti svalutativi e di autocritica.

È nella capacità di tenuta dell’arteterapeuta alla discontinuità del percorso, alle provocazioni e ai tentativi di rottura della cornice del setting, in un continuo processo di riparazione delle fratture relazionali, che si aprono nuove possibilità. Questo avviene non confermando le aspettative rigide appartenenti al passato, e offrendo un’esperienza di contenimento e di accoglimento incondizionato.

In questo è della massima importanza il confronto con lo psicoterapeuta che segue le pazienti. Spesso è nei lavori in arteterapia che emergono i ricordi dell’abuso subito. Ma è nell’ambito della psicoterapia che verranno trovate le parole per affrontare il trauma.

Il processo artistico e la realizzazione dell’opera possono, infatti, facilitare l’emersione di memorie legate al trauma subito di cui la persona può non essere consapevole, pur essendo alla base del disagio esistenziale e dell’insorgere della patologia.

Nelle immagini (vedi Figg. 9 – 10) affiora nella giovane donna il ricordo di un familiare complice dell’abuso a

FIG_9

FIG_9

cui ha assistito senza intervenire. E questo prende forma durante un lavoro in cui era stato dato al gruppo un tema comune, la raffigurazione di una finestra tra interno ed esterno, tema che la paziente rappresenta in una sequenza di rapidi schizzi e in un’opera finale.

È stato però durante il percorso psicoterapico che è stato possibile la ricostruzione della situazione traumatica.

Un’ultima riflessione prima di concludere.

In Arteterapia ciò che occorre ai pazienti non è tanto la chiarificazione o l’insight, modalità a volte ancora premature o addirittura sentite come pericolose, quanto l’esperienza ripetuta nel corso delle sedute di essere visti, coinvolti personalmente e, fondamentalmente, apprezzati e sostenuti.

FIG_10

FIG_10

Nel momento del passaggio da forme espressive stereotipate e difensive, ad un’espressione autenticamente personale, le parole sono quasi superflue tra il paziente e l’arteterapeuta: si tratta, infatti, di un momento di comprensione profonda, di condivisione di emozioni, di intimità e vicinanza con l’altro.

È importante, tra l’altro, non dimenticare come il materiale emerso e le emozioni provate appartengano a esperienze pre-verbali difficili da trasformare in comunicazione verbale. Il cercare le parole per descrivere questi momenti così intensi può essere fonte di sentimenti di disagio e di inadeguatezza capaci di incrinare l’esperienza con nuova sofferenza. È un momento in cui il soggetto va aiutato a trovare un varco tra le due modalità comunicative, senza perdere nel passaggio alla parola la ricchezza emozionale sperimentata.

È a partire da questa esperienza di vicinanza che il paziente può autorizzarsi ad esplorare i significati della propria opera, restando nel dubbio, nell’ambiguità, nell’attesa. L’arteterapeuta gli sarà accanto, non interferendo con interventi prematuri.

In entrambe le situazioni che ho evidenziato si tratta di interventi che è importante affrontare a stretto contatto con i terapeuti di riferimento. Per gli utenti sarà possibile, nella seduta individuale della terapia verbale, approfondire e integrare le emozioni e i ricordi che l’immagine artistica ha evocato.

 

Elvira Impegnoso
Laureata in Architettura al Politecnico di Milano e diplomata come arteterapeuta presso la Scuola Quadriennale di Psicoterapia Espressiva non Verbale Il Porto-ADEG di Torino con la supervisione di Elizabeth Stone, in collaborazione con la New York University.
Ha svolto attività clinica come arteterapeuta con diverse tipologie di pazienti (disagio psichico, handicap mediograve, tossicodipendenza, alcoldipendenza e sieropositività).
Direttore della Formazione Triennale in Arteterapia Clinica VITT3 di Milano si occupa della supervisione del tirocinio didattico.

E’ iscritta all’APIART e alla S.I.Co.

1 Ho condotto dal 1998 al 2006 un atelier di Arteterapia  presso il Centro Diurno del NOA di Limbiate – ASL Provincia di Milano 1 e seguo in supervisione gli studenti del biennio di specializzazione della Formazione Triennale in Arteterapia Clinica VITT3 di Milano che svolgono il tirocinio didattico in quest’area.

2 Per una ulteriore esemplificazione si rimanda all’articolo: E. Impegnoso, Arteterapia e intervento di counseling artistico, il Counselor, Organo ufficiale della SICO, Volume 1, Numero 1, Aprile 2004.

3 T. Bombino, E. Impegnoso, Tra il corpo e la mente: la strada per la libertà. Esiti dell’abuso sessuale e psicologico nelle donne durante l’infanzia in contesti familiari multiproblematici, articolo per il Congresso FeDerSerD, Sanremo, settembre 2006

 

 

2-Arteterapia in un reparto di oncologia pediatrica:

Brooklyn_Museum_-_Blue_3_-_Georgia_O'Keeffeconsiderazioni sull’applicazione del progetto “Un teatro per Pinocchio”

Beatrice Marcucci

 

Il progetto si concentra, con il supporto della mediazione artistica, su un lavoro che offra la possibilità ai bambini malati di contattare e utilizzare, anche nelle esperienze più dolorose, le parti sane di sé, cioè tutte le risorse possibili da sfruttare per riqualificare l’esperienza della malattia. Un lavoro quindi inteso a risvegliare modalità adattative e di sviluppo attraverso attività che permettano loro di affrontare e superare esperienze dolorose, di storicizzarle e di imparare a modularle in sintonia con le richieste dell’ambiente. Per questo diventa necessario supportare i bambini e i loro genitori mentre vivono queste situazioni di particolare impatto traumatico.

L’idea di questo progetto nasce dall’individuazione di una richiesta a cui è necessario dare una risposta. Una richiesta che riguarda l’esigenza dei bambini, ricoverati in un reparto di oncologia a lunga degenza, di dare “corpo” alla loro sofferenza, di comprendere la situazione di anormalità e di disagio che stanno vivendo fuori dall’ambiente familiare e dalle loro abitudini, catapultati in una dimensione di separazione che può essere vissuta in maniera traumatica e può causare fenomeni di regressione, manifestazioni di aggressività e di iperdistanziamento, che incidono sfavorevolmente sul processo di crescita e sviluppo del bambino.

Il progetto si rivolge al bambino malato e ricoverato che può manifestare disturbi comportamentali e della personalità e parte dalla costituzione di un laboratorio in cui, attraverso discipline riabilitative come può essere la drammaterapia, si propone un intervento qualificato come attività di sostegno, di accompagnamento, di orientamento e di contenimento dell’esperienza, destabilizzante e traumatica, della malattia in un percorso di comprensione del disagio, fisico e psicologico.

Una proposta di intervento di arteterapia che si rivolge a bambini in età scolare, dai 5 ai 10 anni, ricoverati in un reparto di oncologia o leucemia a lunga degenza. Il progetto, della durata di sei mesi, prevede incontri di un’ora ciascuno a giorni alterni ed è strutturato in fasi precise di lavoro: presentazione della favola, narrazione, scelta di un personaggio e caratterizzazione (cosa fa, chi è), disegno del personaggio scelto per realizzare burattini, costruzione di un teatrino.

Alcuni mediatori sono particolarmente significativi in quanto, data la particolare risonanza emotiva dell’esperienza, permettono di attivare le abilità e che emerga la creatività, senza ricadute particolarmente pesanti sull’emotività del bambino. È previsto infatti l’uso di media proiettivi secondari (burattini, maschere, pupazzi), costruiti all’interno del processo laboratoriale, che facilitino la giusta distanza dall’emozione e ne consentano il riconoscimento e la modulazione.

Costruire una storia utilizzando i pupazzi realizzati durante il laboratorio permette al bambino di venire a contatto con i propri vissuti attraverso la simulazione, che ne alleggerisce la portata, e attraverso la possibilità di creare una storia. Il bambino si relaziona con un pupazzo creato in laboratorio, ad esempio con materiali sanitari tipo garze, cerotti, lacci, siringhe, come con un’immagine speculare di sé. Così il pupazzo diventa un mediatore proiettivo importante in quanto induce una presa in cura e una consapevolezza di sé che stimolano la creatività e ristabiliscono l’equilibrio emotivo del bambino superando la sensazione di angoscia destabilizzante.

Il lavoro prosegue con la costruzione di un teatrino, lezioni/prove aperte e lavoro con i genitori, ma anche lavoro con il corpo, laddove si ritenga opportuno e sia reso possibile dalle condizioni fisiche del paziente.

È anche previsto l’uso di strumenti musicali forniti dall’operatore, tra cui ognuno dei partecipanti potrà sceglierne uno che suonerà a suo piacimento, senza possedere specifiche competenze musicali, ma solo per tradurre in suono un’emozione e per giocare con i suoni delle emozioni.

L’obiettivo finale del progetto è quello di ideare, creare e realizzare un teatrino dei burattini in cui rappresentare la storia sviluppata attraverso le attività laboratoriali e di realizzare, come evento conclusivo del percorso laboratoriale, uno spettacolo itinerante (a tecnica mista: teatro di attori, di figura e musicale), che diventi una possibilità di condivisione con tutti i pazienti del reparto.

Il testo della favola di Pinocchio è stato individuato come racconto di riferimento in quanto offre diversi livelli di metaforizzazione per una serie di motivazioni fra cui la focalizzazione su un corpo in trasformazione, su un corpo problematico perché di legno e sulla condizione di “marionetta”.

Il testo è utilizzato, quindi, come racconto di identificazione e proiezione tematica e metaforica riguardante il corpo. Ma anche come racconto di formazione e di crescita che procede attraverso una serie di prove continue vissute dal protagonista e quindi una storia che include una possibilità di ricerca e di utilizzo delle risorse e delle potenzialità, delle parti sane della persona.

L’intervento è stato pensato articolando l’uso della storia sulla base di una strutturazione simbolico/metaforica, cioè la creazione di uno schema che faciliti la comunicazione attraverso la selezione di scene significative, con personaggi caratterizzati precisamente come buoni o cattivi, dentro una cornice di cui fanno parte paure, angosce, sogni e desideri comuni a tutti i bambini e inerenti a timori e fantasie rispetto al proprio corpo.

In special modo Pinocchio diventa un’immagine speculare del bambino e del “corpo malato”: la perdita dei capelli, il gonfiore, la debolezza così come in Pinocchio che ha un corpo di legno, in trasformazione, con i piedi che bruciano, a cui crescono orecchie d’asino: una metafora potente inserita all’interno di un percorso ludico e arteterapeutico attraverso cui si sostiene il bambino nel comprendere la condizione della malattia e del ricovero aiutandolo a trasformare la sofferenza del proprio essere malato in un’esperienza accettabile in quanto comunicabile con un linguaggio diverso da quello del dolore.

Il burattino Pinocchio può diventare un simbolo che rappresenta, per i bambini malati, un modo di essere qualcuno anche se limitato e menomato dalla malattia, “imperfetto” o diverso. Un burattino di legno che può fare tutto, che si sente libero dalle imposizioni della malattia, del trattamento e del ricovero, ma paga una contropartita molto alta di dolore e sofferenza, un burattino che si annuncia come un corpo-oggetto, una cosa che non cresce e non vive ma che aspetta di potersi trasformare in qualcos’altro.

E per questi bambini la possibilità di “fare teatro” e di giocare a trasformarsi può significare che possono riuscire a prendere una giusta distanza dal trauma che hanno subito. Se in una condizione di normalità, di salute, la trasformazione di Pinocchio in bambino può assumere il significato di una perdita dell’istinto alla rivolta e alla fuga, per questi bambini malati diventa una trasformazione creativa della sofferenza, della diversità imposta dalla malattia.

È altresì necessario, quando si interviene in una struttura organizzata in scansioni temporali e spaziali prevalentemente sanitarie e se si vuole strutturare un intervento più completo e ad ampio raggio, allargare il campo di riferimento. Quindi rifarsi anche ai vissuti del personale medico e infermieristico, dei volontari, degli educatori e di quanti operano, a vario titolo, nel contesto ospedaliero dell’oncologia pediatrica.

Emerge chiaramente dall’analisi dell’ambiente quanto sia importante pianificare una programmazione attenta e rigorosa che preveda una fase preliminare essenziale a garantirsi la collaborazione di tutti in un contesto in cui tutti coloro che intervengono quotidianamente con pazienti oncologici in età pediatrica sperimentano il dolore della malattia, l’impotenza ed il limite delle terapie insieme al bambino e ai genitori.

È necessario quindi tenere conto degli aspetti organizzativi, ad esempio, prendendo parte alle attività dell’equipe di reparto ma anche cercando di condividere le finalità del progetto, informando tutti sugli obiettivi e sulle modalità di svolgimento dell’intervento attraverso attività preparatorie e integrative atte a favorire la creazione di un’alleanza e di una collaborazione tra i conduttori del progetto, l’utenza e la committenza, creando in questo modo una rete di compartecipazione, ascolto e comunicazione, che si rivolge a tutti.

Si rivolge ai genitori per trattare i vissuti di inadeguatezza, paura, depressione e rabbia che si riflettono su tutto il sistema familiare, al personale sanitario con l’intenzione di facilitare i rapporti e la comunicazione tra tutti i soggetti coinvolti, al bambino per accogliere e integrare i vissuti di paura, abbandono e isolamento relativi alla sofferenza e alla minaccia di separazione e di morte, con l’obiettivo di restituire dignità all’esperienza di sofferenza.

È inoltre imprescindibile il riferimento ai temi inerenti la condizione di disagio affettiva, comportamentale e relazionale, che incide negativamente sul processo di crescita del bambino. I vissuti emotivi correlati alla malattia inficiano la qualità delle relazioni nonché il naturale processo di sviluppo; perciò il bambino ospedalizzato, nell’impossibilità di gestire da solo tali vissuti, dovrà essere inserito in un contesto in cui è importante disporre una reale condivisione di intenti e di intervento.

La trasformazione, l’invasione esterna, la manipolazione, le terapie aggressive, tutto ciò che accade al corpo dei bambini malati riduce la percezione di sé al solo aspetto organico, al corpo anatomico che viene oggettivato, distanziato o negato. In tal senso si dovrà prestare l’attenzione dovuta all’impatto psicologico, alle strategie di adattamento emotive, cognitive, comportamentali che il bambino mette in atto, con l’ausilio di un bagaglio di competenze relazionali e di ascolto, e con l’intento di riuscire a rendere l’esperienza condivisibile e comunicabile, per non lasciare che il bambino si “perda” nella sensazione di solitudine e di abbandono.

L’obiettivo è far scaturire racconti dagli eventi, dalle esperienze del laboratorio, in modo che lo spazio del gioco drammatico sia lo spazio di una narrazione che nasce dalla relazione, un luogo che ospiti nuove storie che condividano la molteplicità dei linguaggi messi in gioco. In questo contesto, poiché sono le azioni ad esplicitare il racconto, i giochi drammatici diventano la dimensione, spaziale e temporale, dell’azione stessa.

Partendo dall’esperienza di ognuno, in questa dimensione è possibile dare “corpo e voce” a nuove interpretazioni dell’esperienza e, anche attraverso la condivisione, leggere l’esperienza secondo molteplici modalità. Un’esperienza in cui l’azione non si contrappone al pensiero ma diventa narrazione incarnata, azione informata al racconto che porta i soggetti coinvolti a sviluppare ipotesi alternative e giustificative dei propri vissuti. Un’esperienza che ha a che fare con l’immaginazione, con la creatività, ma anche con l’attenzione e l’ascolto, tutte modalità che si possono sperimentare all’interno di un processo teatrale, artistico e terapeutico.

È necessario dunque progettare un intervento di counselling che sia strutturato, attraverso il gioco teatrale e altri mediatori artistici, per avvicinarsi al bambino e sostenerlo nel cammino di elaborazione della malattia e per la creazione di spazi adeguati alla “cura di sé” e alla relazione con gli altri.

Alcune parole chiave sono state utilizzate come strumento di analisi per riuscire a delineare un quadro preciso del contesto in cui intervenire e come elementi cardine intorno ai quali è possibile elaborare un progetto di questo tipo adattandosi alle richieste della realtà con cui si entrerà in contatto: il bambino, la malattia, il tempo, il luogo, la paura e la perdita.

Il bambino, in quanto persona, è un’identità che durante l’ospedalizzazione è difficile che venga riconosciuta come tale. La vita del paziente segue ritmi terapeutici efficienti e dimentica la relazione, i bisogni della persona. È un termine che attiene alla famiglia, alla crescita e allo sviluppo ma anche, in questo caso, ai meccanismi di difesa. Gli stimoli che la relazione con un bambino, qualunque sia la sua condizione fisica e psicologica, ci trasmette ineriscono ai temi della fantasia, della libertà e della possibilità. Ed è in queste dimensioni che vanno “toccati” e restituiti i vissuti del bambino.

Il concetto di malattia può essere inteso come una particolare condizione di “essere nel mondo” con cui è opportuno misurarsi senza bloccarsi in nessuna delle due polarità: la malattia negata e la malattia esasperata o addirittura incarnata.

La malattia è legata a vertici precisi quali l’istituzione, la rigidità e le regole a cui il paziente è sottoposto e riguarda l’imposizione del trattamento medico, la manipolazione del corpo, il dolore, ma anche la cura e la relazione d’aiuto. Queste due ultime dimensioni possono aprire orizzonti nuovi, come il gioco e il teatro, in cui le emozioni vissute, (rabbia, paura, solitudine), possono essere “messe in gioco”, sperimentate in modalità diverse da quelle quotidiane imposte dalla malattia.

Il tempo riveste un ruolo importante per il bambino malato di tumore e ricoverato: l’esperienza della malattia lo proietta in una dimensione di consapevolezza del tempo più accentuata rispetto a prima. Egli non ha ancora acquisito una concezione ben radicata del trascorrere del tempo così, con la malattia, entra improvvisamente in un mondo di incertezze. Nel tempo della “normalità”, prima del ricovero, il bambino è rassicurato da ciò che le abitudini quotidiane rendono prevedibile. Convivere con una malattia potenzialmente mortale lo porta a non fidarsi più del tempo determinando una considerevole perdita dell’innocenza.

Così il tempo passato rappresenta il tempo di una condizione di “normalità” che il bambino ha perso dal momento della diagnosi. E la diagnosi diventa la linea di confine che interrompe la continuità temporale tra passato e presente. Il presente è il tempo dell’esperienza della malattia in ospedale, che proietta il bambino in una dimensione di sollecitudine e urgenza, nonostante tutto rassicurante, che lo blocca nell’immediato dei trattamenti (chemioterapia, radioterapia, operazioni, prelievi) escludendo il futuro. È anche il tempo della sopravvivenza, che tende al futuro ma che ristagna in un tempo senza memoria del passato, per evitare il dolore dei ricordi felici.

Il presente diventa il tempo dell’immobilità, della sofferenza, spesso inespressa, e della rassegnazione ma anche del riconoscimento che significa, per il bambino, ri-conoscere la propria identità. Perché il presente può prevedere anche una figura, come quella dell’educatore, dello psicoterapeuta, del counsellor e dell’arteterapeuta, che accompagnerà il bambino affinché trovi la sua collocazione nel tempo e nello spazio, nel mondo.

Quindi il presente sarà per l’operatore il tempo del riconoscimento sia del proprio ruolo nella relazione di aiuto, sia del contesto istituzionale (ospedale), sia della condizione (malattia) e della crescita (futuro) del bambino malato; come pure del riconoscimento di tutte le possibilità e le risorse che emergono in questo percorso di “cura”.

Il futuro invece deve poter rimanere il tempo per progettare, per immaginare un “saper essere” (se stessi) che si proietta al di là del presente non per negarlo, ma per trasformarlo in progetto. Spesso, però, diventa la dimensione dell’incertezza, un proseguimento del presente sotteso a una previsione che il bambino costruisce solo sul desiderio e sul tempo condizionale.

Il luogo in cui il bambino vive l’esperienza della malattia è l’ospedale, cioè l’istituzione, con le sue regole, i suoi spazi e i suoi ritmi che, in una prospettiva terapeutica focalizzata sulla persona piuttosto che sulla malattia, possono essere gestiti e pensati, quindi trasformati, in maniera “alternativa” e flessibile.

Il bambino può manifestare involuzioni e regressioni sia rispetto le abilità cognitive, emotive, igieniche, motorie e del linguaggio appena acquisite, sia riguardo la personalità con infantilismo, egocentrismo, ecc. Ma, in qualità di operatore della relazione d’aiuto, l’ospedale è anche l’istituzione a cui rapportarsi, intessendo una rete di rapporti e collaborazione che includa tutti gli agenti istituzionali, l’equipe medica, il personale paramedico, i volontari. Creando una rete che permetta la realizzazione dell’intervento attraverso la preparazione, la ricognizione del luogo e delle condizioni dei pazienti, la verifica della validità degli obiettivi del progetto.

La paura riguarda non solo il bambino ma anche i genitori, la famiglia intera e gli operatori sanitari. Dalla diagnosi in poi, per tutto il corso della malattia, è presente un’anticipazione del lutto, un atteggiamento che riflette la paura della perdita e della separazione. Dall’inizio del ricovero tutti sono catapultati in una dimensione estranea e dolorosa in cui predomina la paura. La vita di reparto mette in contatto con una realtà, vissuta attraverso le storie degli altri pazienti, che prefigura il decorso della malattia potenzialmente mortale.

Per il bambino emerge la paura di essere abbandonato, di restare solo ad affrontare incognite terribili, di subire una separazione definitiva dal proprio ambiente abituale, dal tempo e dal luogo della quotidianità.

Per i genitori, ma anche per l’equipe sanitaria, emerge la paura di essere incapaci di reagire al dolore subito dal proprio figlio e di affrontare il proprio dolore senza riuscire né a dichiararlo né a nominarlo. Il rischio è quello del disconoscimento, del silenzio attraverso cui l’adulto crede di erigere una barriera fra il bambino e la morte, mentre in realtà costruisce un muro fra il bambino e se stesso.

Una dimensione della paura dove il bambino vive una condizione costante di incertezza e instabilità che lo obbliga a confrontarsi con la minaccia, troppo pesante, della morte e lo priva della necessaria dose di illusione.

Il tema della vita e della morte è indagato spesso e in profondità, ma anche con estrema naturalezza. Il tema della polarità vivo/morto può diventare ripetitivo, rituale, e manifestarsi attraverso un agito che sembra eccessivo ma che dimostra vulnerabilità.

Infine la perdita che, come vincolo centrale dell’anticipazione del lutto, può essere concettualizzata in tre vertici che si sovrappongono: la perdita del controllo, la perdita dell’identità e la perdita delle relazioni. È la perdita del controllo che emerge in maniera più vivida nell’esperienza quotidiana del bambino malato. In ogni caso la causa della rabbia, cioè la perdita del controllo, non viene riconosciuta come tale; per affrontarla e contenerla si può strutturare il setting in modo che tenga conto di più alternative possibili.

Nel bambino in età scolare sono meno presenti i problemi riguardo alla perdita di identità; anche se lotta per il riconoscimento di sé secondo polarità molto precise: prima/dopo, uguale/diverso, normale/anormale.

La perdita delle relazioni è l’aspetto più importante dell’anticipazione del lutto e si manifesta con un’accentuata sensibilità alla separazione senza un riferimento esplicito alla morte. Emergeranno i temi della presenza e dell’assenza, della sparizione e del ritorno anche nei giochi e negli esercizi del laboratorio teatrale. Il bambino ripropone una versione elaborata dello schema di gioco (del nascondino o del “rocchetto”) che contiene la preoccupazione del non essere, cioè il punto cruciale dell’anticipazione del lutto. Attraverso questo gioco il bambino verifica anche se la sua assenza viene notata e se si avverte la sua mancanza.

Proprio nella dimensione separata del gioco il bambino sperimenta, simula, esplora le dimensioni spaziali e temporali, cognitive ed emotive e impara attraverso l’attività ludica che, in questo senso, costituisce lo strumento più diretto di esplorazione e di comunicazione dei vissuti. Il gioco è inteso quindi come spazio intermedio che rappresenta un luogo sicuro dove si può “giocare” con la realtà ridisegnandola attraverso l’immaginazione, dove le fantasie trovano spazio di espressione e di rappresentazione. Nella dimensione ludica del “come-se”, condivisa dal processo teatrale e dall’approccio gestaltico, il bambino comincia a fare le prime esperienze di relazione con l’ambiente e con se stesso.

Nell’esperienza del bambino ospedalizzato la capacità di rielaborare le esperienze è bloccata dalla malattia, ma può trovare una possibilità di rappresentazione nell’attività ludico-teatrale. L’approccio scelto, centrato sul bambino come persona nella sua totalità, deve perseguire il raggiungimento del contatto con una dimensione nuova e unica.

Dunque la finalità primaria dell’intervento sarà quella di far emergere le capacità e le risorse del bambino attraverso metodologie e giochi che facilitino una ripresa delle relazioni e delle attività superando i limiti della malattia.

È il gioco teatrale, nella dimensione della finzione, che si connota come una modalità di comunicazione del processo di adattamento che ogni persona mette in atto e che dà la possibilità di fare infiniti tentativi per “vivere” le esperienze di disagio e dolorose senza esserne sopraffatti, senza cadere in stati di paura, di isolamento e di incomunicabilità.

Una modalità diretta di espressione dei vissuti, attraverso la quale, grazie al filtro della dimensione del “come-se”, i bambini possono “ri-vivere” una realtà difficile “giocando” a conoscerla e trasformarla superando la dimensione di angoscia.

La capacità di elaborare le esperienze favorisce nel bambino lo sviluppo sano ed equilibrato della propria identità. In questo senso lo “spazio/tempo” del gioco teatrale assume un ruolo primario per la cura e il benessere psico-fisico del bambino.

In questa cornice prendersi cura significa riconoscere il bambino come persona nella sua totalità, come “essere integrato”, e il gioco teatrale, diventa la via principale per sostenere il bambino nell’affrontare situazioni di sofferenza.

L’operatore si deve rapportare alle modalità diverse di adattamento, del bambino e della famiglia, alla malattia e all’ambiente, rispettandone i tempi individuali. Deve tener conto degli effetti, talvolta gravi, che questa esperienza ha sul processo di acquisizione delle abilità comportamentali, sociali, emotive del bambino. Deve affrontare, inoltre, le dinamiche relazionali con i genitori e con il personale medico-sanitario nonché il collegamento e la mediazione tra i diversi piani (familiare, medico) della relazione.

È importante che l’operatore sappia riconoscere i meccanismi difensivi che il bambino mette in atto per capire la sua posizione e i riferimenti emotivi che ha stabilito nella sua attuale condizione e per poter creare, insieme a lui, un percorso che gli permetta di trovare una modalità adeguata di adattamento all’ambiente e di continuare il suo cammino di crescita. L’operatore avvia una relazione professionale che, garantita da una equilibrata distanza emotiva e dalla capacità di ascolto, gli consentirà di accompagnare e sostenere il bambino nel percorso di contenimento ed elaborazione dell’esperienza.

Le competenze dell’operatore riguarderanno perciò l’attivazione delle proprie capacità di ascolto e di empatia, del mettersi in gioco per instaurare una relazione dinamica. Ma soprattutto, in un lavoro centrato sul corpo, con una prerogativa essenziale cioè quella di prestare particolare attenzione agli aspetti non-verbali come le espressioni del volto, lo sguardo, il timbro, il tono e il ritmo della voce, il contatto corporeo che per i bambini è la più immediata e diretta modalità di relazione e di comunicazione dei propri bisogni e infine il movimento e il gesto che narrano della persona nella relazione con l’altro e con l’ambiente, del suo modo di agire lo spazio e della distanza che pone tra sé e il mondo.

In conclusione quello del gioco teatrale è uno strumento utile per misurarsi con la difficoltà di relazione vissuta dal bambino e diventa il luogo in cui il bambino, sostenuto dall’operatore e all’interno di una cornice protetta e tranquilla, può svolgere attività di problem solving, può contattare le esperienze di vita immediate che non riesce a riconoscere e a narrare mediante l’opportunità di “rappresentare” i propri vissuti. Il laboratorio teatrale è lo spazio della comprensione, della consapevolezza e della rielaborazione dell’esperienza, favorisce il processo di crescita e sviluppo in termini di fiducia, di sicurezza e di recupero delle abilità e delle risorse.

Gli strumenti che discipline come il gestalt counselling a mediazione artistica e la drammaterapia mettono a disposizione, in termini relazionali, riabilitativi e terapeutici, permettono di evitare di lasciare il bambino da solo ad affrontare il silenzio emotivo e relazionale in cui lo confinano quegli stessi meccanismi di difesa che mette in atto per non soffrire.

Le molteplici valenze del gioco teatrale, in funzione di strumento e luogo di comunicazione e di relazione, permettono di recuperare il contatto con aspetti negati di sé e la continuità nel percorso di crescita, nonché il recupero della serenità e delle energie necessarie ad un sano sviluppo del bambino.

Progettare un intervento conforme alle esigenze dei pazienti, per bambini affetti da patologie gravi e potenzialmente mortali, significa conoscere preventivamente la condizione fisica e psichica di ogni bambino attraverso le indicazioni del personale sanitario che segnalerà i potenziali pericoli e problemi all’operatore. Ma significa anche stare in contatto con le disabilità fisiche e psicologiche indotte dalla malattia e dal ricovero in ospedale, con forti debilitazioni fisiche, con ritardi cognitivi o psicomotori, dello sviluppo e della crescita e anche con la morte.

Un’ultima considerazione riguardo alla eventuale fase finale della malattia: con i bambini ospedalizzati il rischio più frequente è quello dell’assenza: del dialogo, del contatto, dell’ascolto, della relazione stessa. L’errore spesso sta nel non riconoscere il bambino come persona e nell’incapacità di “essere insieme” a lui in un momento così difficile; attraverso il silenzio o la fuga lo si lascia da solo a vivere un’esperienza di abbandono e solitudine che lo segna profondamente.

Naturalmente un arteterapeuta non offrirà spazi di discussione sulla malattia e sulla morte ma piuttosto spazi e attività di espressione, quindi percorsi esperienziali che offrano la possibilità di avvicinarsi e di agire con modalità diverse la propria esperienza.

Purtroppo è il contesto stesso con i suoi ritmi, spesso discontinui e frenetici, ad inserire la relazione operatore/bambino in una dimensione di precarietà. La possibilità di integrazione della frammentazione dell’esperienza sta tutta nella capacità dell’operatore di stabilire una relazione partecipe e radicata nel contesto in modo tale che diventi il filo da seguire per orientarsi nella possibile successione di ricoveri e dimissioni stabilendo una significativa continuità nel rapporto.

Nonostante la presenza della morte sia una costante invadente e pesante è possibile, proprio attraverso la mediazione artistica, riuscire a recuperare e convogliare le energie positive del bambino verso l’elaborazione di una “trasformazione creativa della sofferenza” che moduli la risposta di adattamento all’esperienza in una dimensione di benessere del bambino in quanto persona intera.

Il progetto è impostato più sulla possibilità di trovare una modalità di convivenza con la malattia piuttosto che concentrarsi sulla morte. E offrire le condizioni per trovare un modo “altro” di vivere questa condizione profonda di sofferenza è la sfida che può raccogliere, mettere in atto e sostenere un intervento di gestalt counselling arteterapeutico.

Per questo pur tenendo conto di tutte le problematiche negative, che sono parte dell’esperienza, il progetto si concentra sulle possibilità di adattamento, attraverso mediatori artistici, creatività e immaginazione, alla condizione di malattia in termini di cura di sé e di benessere della persona.

Il mediatore teatrale permette inoltre di avvicinare l’esperienza del bambino dal suo punto di vista, di osservare “in azione” l’impatto che la malattia ha sul bambino, l’attacco fisico che subisce e le conseguenze dei problemi legati alla malattia e alle terapie, sulle dinamiche familiari, amicali e relazionali in genere. Il bambino esplicita nell’azione teatrale la sua esperienza di convivenza con il dolore, con la minaccia della morte, ma soprattutto, con la possibilità di sopravvivenza.

L’utilizzo di tecniche artistiche e teatrali strutturate permette di interagire con il vissuto del bambino e, ad esempio, attraverso una fantasia guidata che si conclude con un disegno e con una condivisione tramite la messa in scena degli elaborati, si potrà rappresentare la famiglia in movimento, che cambia nel tempo secondo la polarità prima/dopo e nello spazio secondo la polarità sopra/sotto o impersonare ruoli/personaggi e vicende (sogni, esperienze, pensieri riguardo la malattia) che fanno paura.

La creazione di un gruppo strutturato di lavoro, con funzione di auto-aiuto, nel laboratorio teatrale o arteterapeutico, fornisce al bambino uno spazio di condivisione e di elaborazione dell’esperienza della malattia. Questo tipo di interventi permette lo sviluppo di un senso di appartenenza confortante in quanto consente di ricreare una situazione di normalità all’interno di una realtà alterata. Il riconoscimento dell’altro, malato come lui, fa sì che il bambino sposti l’attenzione dalle proprie limitazioni spingendolo a focalizzarsi sulle risorse.

Per non interrompere o negare la comunicazione con il paziente è molto importante che l’operatore conosca sempre il livello di consapevolezza del bambino riguardo la malattia e le possibili implicazioni che questa può avere. Il bambino esprime la propria consapevolezza sia in maniera diretta che allusiva e, qualunque sia la modalità utilizzata, questo rappresenta un segnale interessante per leggere il suo modo di vivere la malattia.

Nonostante la presenza di supporti arteterapeutici la storia di una malattia potenzialmente mortale narrata dal bambino progredisce inevitabilmente verso l’espressione del concetto di morte che si manifesta per esempio nell’uso sempre più frequente del termine “morire” sia sul piano iconografico che su quello linguistico.

Il bambino nella fase terminale della malattia si trova ad affrontare il distacco imminente da tutto il suo mondo, dalla famiglia e anche dall’ambiente ospedaliero. Una fase delicata in cui la consapevolezza della morte e dell’impossibilità del controllo della propria vita si concretizzano e sono evidenti nei racconti, nei simboli di un linguaggio che parla per immagini sempre più mostruose. Le parole, le immagini, le metafore che il bambino indica attraverso diversi linguaggi fanno chiarezza sul modo in cui vive questa condizione.

Anche in questa fase gli strumenti specifici dell’arteterapia offrono un sostegno importante e rappresentano la via più serena per elaborare la sofferenza della perdita incombente. Le manifestazioni di disperazione, di chiusura possono essere modulate e mediate nella relazione con gli altri, soprattutto con i genitori sconvolti.

Spesso il bambino si rinchiude in se stesso, un ritiro dal mondo che i genitori dovrebbero riuscire ad interpretare non come un rifiuto nei loro confronti ma come anticipazione del distacco. In questo momento il ruolo svolto dall’arteterapeuta diventa cruciale nel ridurre il ritiro del bambino e riportarlo ai suoi genitori.

Quando è la vita stessa ad essere in discussione, un intervento di sostegno, mediato dall’arte, dal gioco teatrale, può riportare il bambino in uno spazio vitale in cui sperimentare un’esperienza attiva e reattiva alla condizione di sofferenza.

Anche se non sempre il bambino manifesta la necessità di concentrarsi sul tema della morte, il counsellor deve essere in grado di non distogliere il proprio sguardo da questo aspetto e di sostenerne l’intensità. Deve essere capace di testimoniare e aiutare a tollerare l’angoscia della minaccia di separazione e di perdita.

In questo percorso è, però, intrinseco il paradosso di un sostegno che, offerto appositamente per superare la minaccia della perdita, si incammina lungo una strada che può portare ad una separazione definitiva. Nonostante ciò l’arteterapeuta dovrà assumersi la responsabilità di un ruolo attivo, senza lasciarsi travolgere dall’emozione, per affrontare insieme al bambino la paura e il dolore accompagnandolo nelle varie fasi.

In tal caso essere testimoni non è un ruolo passivo ma diventa un requisito necessario a contattare e modulare le emozioni, le reazioni e i vissuti dei soggetti coinvolti nell’esperienza, counsellor compreso. Una testimonianza che si qualifica anche nel recupero del filo di una continuità, essenziale nell’esperienza di malattia del bambino, la cui essenza, nell’ambito della relazione, è impersonata dallo stesso operatore e diventa un attributo fondamentale nel lavoro con il bambino gravemente malato. L’azione del terapeuta diventa una risorsa per il bambino e per i genitori per gestire l’esperienza e ristabilire equilibrio e comunicazione attiva tra tutti i soggetti coinvolti, personale sanitario compreso.

La condizione di salute del bambino può essere conservata anche in fase terminale attraverso la creazione di una rete di sostegno che sappia elaborare e contenere il portato di angoscia legato alla morte evitando l’isolamento, rinforzando i legami relazionali. In tal modo è possibile, non certo evitare il dolore della morte, ma almeno riuscire a mantenere la comunicazione attraverso cui elaborare in modo migliore la disperazione della separazione, temporanea o definitiva.

Resta comunque inalterata l’importanza di uno spazio laboratoriale di counselling arteterapeutico in quanto permette al bambino, attraverso l’assunzione di una continuità terapeutica e anche del coinvolgimento dei genitori nelle attività, in qualità di ponte con il mondo abituale, il mantenimento del contatto con se stesso, con i propri vissuti altrimenti inenarrabili e con l’ambiente.

Beatrice Marcucci

Dott.ssa in “Arti e scienze dello spettacolo”

Operatore alla relazione d’aiuto

 

BIBLIOGRAFIA

AA. VV., Artiterapie, tra clinica e ricerca, a cura di M. Cavallo, EUR, Roma, 2007

AA. VV., Gioco e studio in ospedale, a cura di M. Capurso, Erikson, Trento, 2001

Galimberti U., Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2006

Kepner J. I., Body process. Il lavoro con il corpo in psicoterapia, Franco Angeli, Milano, 2007

Landy R. J., Drammaterapia. Concetti, teorie e pratica, a cura di M. Cavallo e G. Ottaviani, EUR, Roma, 1999

Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003

Perls F., L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977

Ricoeur P., La metafora viva, Jaca Book, 2001, Milano

Ruggeri V., L’identità in psicologia e teatro, Ed. Scientifiche Magi, Roma, 2001

Sourkes B. M., Il tempo tra le braccia, L’esperienza psicologica del bambino affetto da tumore, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999

Winnicot, Gioco e realtà, Armando, 1974

Il bambino ospedalizzato, estratto da F. Montecchi, Problemi psichiatrici in pediatria, Borla, Roma 1991

Mangini e Rocca, Cappe gialle, Ethel 1996

 

3-U.S.A.: arteterapia con bambini abusati

 

U.S.A. (South Carolina)

 

Riassunto dell’articolo

a cura di Giulia Basili

Di T. Pifalo, arte terapeuta presso il centro per bambini di Lowcountry

(Carolina del Sud)

 

Il lavoro artistico con i bambini del centro di Lowcountry

L’esperienza di essere vittime di abusi sessuali è un’esperienza non-verbale. L’arte terapia è, almeno inizialmente, un’esperienza non-verbale, per il trattamento di questo tipo di trauma. Chiunque abbia vissuto traumi psicologici può avere difficoltà ad esprimerli direttamente o in modo efficace in parole. Soprattutto nei bambini questo è molto difficile. Semplicemente non hanno le parole per descrivere quelle violenze sessuali, troppo dolorose da mettere in parole. L’arte terapia offre invece proprio la possibilità di espressione e comunicazione non verbale, laddove le parole sono diventate ingannevoli e prive di fiducia e dove un approccio verbale provoca resistenza. Un altro vantaggio nell’arte terapia è che le vittime di questi abusi essendo state minacciate di “non raccontare”, si accorgono invece che dipingere o disegnare i loro segreti può essere meno spaventoso che “raccontarli” in parole. I gruppi di arte terapia creano uno spazio sicuro per i bambini e adolescenti, dove potersi esprimere per immagini e non doversi sedere e raccontare.

L’uso dell’arte terapia permette di accedere a traumi, come la sindrome di stupro, direttamente attraverso i disegni dei ragazzi, lasciando emergere tumulti interni ed emozioni molto forti. Tra i vari esempi citati, c’è quello di una bambina di 7 anni, il cui comportamento iniziale, non-verbale, aveva poi rivelato attraverso i disegni il suo grave trauma. Le immagini parlavano e mostravano oggetti e luoghi dov’era avvenuta la violenza commessa su di lei da un ragazzo di 13 anni, amico di suo fratello. La bambina non sembrava essere cosciente mentre disegnava, semplicemente quell’attività aveva permesso un’emersione spontanea del suo vissuto.

Spesso l’accesso ad eventi traumatici risulta difficile a causa della dissociazione dei ricordi di questi eventi e quindi la conseguente interruzione da parte della vittima di tradurre i sentimenti in parole, uno stato chiamato alexithymia. Secondo una ricerca questa difficoltà può essere dovuta non solo alle difese psicologiche, ma anche a processi neurologici atti a codificare tali eventi.

Nel caso di abusi sessuali l’evento traumatico è registrato in “forma fotografica”, come una registrazione globale, concettualmente non integrata con altri ricordi attraverso i normali collegamenti associativi. Per questo motivo la memoria non è disponibile ad essere modificata o elaborata come lo sono altri aspetti della memoria.

L’arte terapia si adatta in modo unico ad ottenere l’accesso a immagini e ricordi traumatici. Poiché la codifica dei ricordi traumatici può svolgersi tramite un processo visivo “fotografico”, come detto in precedenza, un mezzo visivo come l’arte terapia può offrire gli strumenti con cui questa informazione può venire a coscienza.

www.darkness2light.org/KnowAbout/articles_ art_ therapy

 

 

4-Arteterapia e geriatria

Silvia Ragni
Articolo pubblicato sulla rivista Artiterapie, N°1/2, 2006  

“Questa è la storia di ognuno di noi”: pazienti geriatrici in Gestalt psicosociale. 
Soltanto chi non lavora direttamente con pazienti geriatrici e si lascia guidare dagli stereotipi socio culturali correnti, può pensare che questo ambito di intervento sia monotono, depressivo, limitato nelle sue possibilità di esperienze.

Lavoro da quattro anni in geriatria e continuo a stupirmi, a ricredermi delle infinite possibilità e potenzialità che si possono incontrare, creando un contesto di scoperta-riscoperta di sé e del mondo, in cui dare spazio all’immaginazione e alla fantasia, al desiderio di rimettersi nel gioco dell’esistere.L’esperienza che descriverò in questo articolo si è svolta presso il Centro Diurno di riattivazione geriatrica per anziani fragili a rischio di perdita di autonomia all’interno del quale sono la coordinatrice psicologa e musicoterapeuta. I nostri ospiti hanno un’età compresa tra i 75 e i 93 anni, possono essere affetti da varie patologie legate all’età, compresi deficit cognitivi e demenza lieve, soffrire di depressione, ansia e lutti. Vengono al nostro centro per un ciclo di riattivazione geriatrica, realizzato attraverso un approccio globale multidisciplinare, offerto dall’intervento di varie figure, ( infermiera, psicologa, fisioterapista, geriatra e ausiliarie). Il nostro servizio, tenendo conto delle condizioni di equilibrio fisico, psicologico e sociale dell’anziano, ha l’obiettivo di valorizzare e sostenere le sue capacità funzionali per aiutarlo a mantenere la massima autonomia possibile e una buona relazione con l’ ambiente, al fine di migliorare la sua qualità di vita.

È comprensibile intuitivamente quanto possa essere doloroso e difficile da accettare per una persona che ha “badato” a se stessa per tutta una vita, confrontarsi con il declino delle facoltà e rischiare di perdere, (in alcuni casi perdere completamente), la capacità di gestirsi: dagli aspetti più complessi ed astratti, a quelli più pratici e legati alla vita quotidiana.Accompagnare in un percorso terapeutico questi pazienti, pone l’operatore di fronte alla strategia dei piccoli passi e dei piccoli successi: un continuo processo di adeguamento degli stimoli e degli obiettivi da raggiungere basati sul processo naturale dell’invecchiamento, che in alcuni casi è accompagnato da patologia.È un lavoro che comporta il continuo rimettersi in gioco anche per l’operatore, non solo rispetto alle proposte, ma anche ai propri vissuti, primo fra tutti il confronto con limiti, ed il muoversi in un terreno di sfumature, di aspetti qualitativi e non quantitativi, ricordandosi ogni giorno di non chiedere troppo a quella persona, ma di chiederle contemporaneamente tutto quello che può dare, prima di tutto a se stessa e per se stessa.Obiettivi quindi realistici, che puntino al rallentamento del declino delle facoltà, al sostegno delle risorse, ad una convivenza con le sofferenze che possono accompagnare questo momento di vita, tanto sotto il profilo fisico che psicologico (basti pensare ai lutti e alle perdite a cui una persona invecchiando va incontro necessariamente).In un ambito così delicato, dove la fragilità avanza costantemente, è fondamentale che la relazione d’aiuto sia particolarmente calda, sensibile e rispettosa, quando tu operatore ti trovi di fronte a persone che hanno anche il doppio dei tuoi anni ed hanno fatto esperienze ed incontrato nodi esistenziali per te ancora sconosciuti.In questo equilibrio delicato tra l’avvicinarsi e il comprendere, portare dentro la relazione un’energia nuova, che aiuti a rivitalizzare tutto quello che c’è, a rispecchiare le risorse e a valorizzare i punti di forza, si crea lo spazio per un intervento di relazione d’aiuto che può avvalersi di diversi mediatori. Nel mio caso la musica e,nell’esperienza che descriverò ora, un’integrazione di musica e drammatizzazione, che ha consentito un’esperienza fortementecoinvolgente per operatori e pazienti.Posso definire il mio lavoro un intervento di Gestalt psicosociale, in quanto nelle attività pratiche e nella metodologia da me applicata, confluisce la mia formazione alla psicoterapia della Gestalt ad indirizzofenomenologico.In che modo questo lavoro con la geriatria è un lavoro di tipo gestaltico?Puntualizzerò alcuni aspetti che sono anche alla base dell’esperienza arteterapuetica qui riportata.Prima di tutto è un lavoro sul “qui ed ora”: il prendere consapevolezza con l’essereinsieme in questo momento assaporandolo in tutte le sue componenti, a fareun’esperienza particolare con tutte le sorpreseche può riservarci, concentrandoci sul momento e lasciando sullo sfondo tutto quello che non va (aspetto che normalmente domina il pensiero di un paziente geriatrico, molto concentrato sui suoi malesseri, quasi fossero l’unico richiamo paradossalmente vitale all’esserci).Ma è anche un qui ed ora esistenziale: entrare in contatto con il proprio momento di vita e con quello degli altri che condividono l’esperienza, dare e trovare un senso a questa fase della vita attraverso un “contenitore” protetto che permette l’esplorazione di quello che si vive: un’esplorazione dell’esserci, dell’esistere e del comunicare con se stessi e con gli altri.Uno dei problemi più grossi della vecchiaia è la solitudine e il conseguente isolamento.Ricreare un contesto in cui esprimersi ed essere ascoltato è il primo passo per riattivare la vitalità di una persona.Un altro aspetto gestaltico importante è il portare in figura quello che normalmente è sullo sfondo. L’anziano tende normalmente a rimandare sullo sfondo le sue capacità, le abilità, le risorse di cui dispone, annullandole dietro “il non sonopiù capace”, “non riesco più”, ma soprattutto “non serve a niente”.Il provare un senso di inutilità dopo essere stato fonte di vita e di sostentamento per chi ora non ne ha più bisogno (dai figli alla società), porta le persone anziane a demotivarsi, a non trovare più un senso nel fare le cose e quindi a disconoscere le potenzialità che invece ha. Il nostro lavoro, con pazienza e amore per quello che proponiamo è di trovare insieme con loro il senso che possono avere in questo momento di vita, recuperando il piacere di realizzare e portare a compimento qualcosa, ricevendo gratificazione e conferma di sé. Portare quindi in figura quello che sappiamo fare, e che ci permette di farci sentire vivi ed apprezzati.Per ottenere questo è necessario un grande processo di flessibilizzazione, tanto per l’operatore che per il paziente, per permettere l’accettazione di attività che non conoscono. Se si riesce a superare i pregiudizi, la sfiducia e la diffidenza, (i vari “non serve a niente”, “non sono capace”,ma tanto alla mia età che lo faccio afare?”) è una grossa soddisfazione, che puoi leggere negli occhi del paziente dopo l’attività e costituisce una grande restituzione per te operatore che ti sei esposto ed hai avuto per primo la fiducia che “si poteva fare”. Un fare che è importante non tanto nel risultato quanto nell’esperienza stessa di provare, di mettersi – rimettersi in gioco ed aprirsi a quello che comporta.Contemporaneamente, è quanto mai importante riconoscere a questi pazienti il diritto alla esperienza soggettiva, a quello che provano. Il diritto alla tristezza, alla depressione, al dolore di fronte alle perdite, di persone care, di funzioni importanti.Il diritto a parlare di morte, di prepararsi al morire. Diritti che spesso familiari ed operatori negano al paziente,cercando di distrarlo da questi vissuti, (una difesa di chi, lavorando con queste problematiche, ha difficoltà a gestirle?).Sicuramente è importante che il paziente non si fissi su questi temi, ma il permettergli di esprimerli, donargli un ascolto sensibile e consolatorio, permette poi di poter passare a quello che ancora c’è di positivo nell’esistenza. E proprio questo è un altro diritto importante da sostenere come operatore quando emerge: il diritto al desiderio, al provare il piacere di vivere .Esperienze che l’anziano tende a negarsi, a non voler riconoscere per la paura di tradire un dolore, un affetto, un’immagine di sé costruita e che lo conferma agli occhi degli altri. “Posso divertirmi suonandoinsieme agli altri quando sono vedova da pochi mesi?” È l’interrogativo che ti ponela signora che ha bisogno di autorizzarsidurante l’esperienza musicoterapeutica.E allora è importante aiutarla a trovareil modo di farlo, incorniciare il lavoroall’interno di un setting dedicato allasalute, accogliere i timori e lasciarli esprimere,motivare il percorso. Un’ autorizzazione che scioglie le riserve e facilita il progressivo cambiamento al lasciarsi andare per pochi minuti ad uno scambio gratificante e nutriente con altre persone, all’incontro con la propria parte vitale.Come ulteriore aspetto da sottolineare e che ci permette di entrare poi nella descrizione dell’esperienza arteterapeutica è il far entrare i pazienti in contatto consensazioni, emozioni, per aprire poi unospazio di consapevolezza. La mediazione di strumenti artistici, quali la musica, il disegno, il movimento, consentono un cammino che, bypassando la cognitività e avvalendosi della comunicazione non verbale,vanno diretti al “sentire” e permettono l’incontro con parti di sé preziose e significative.

Sonorizzazione del bosco
Spunto per la realizzazione di questa esperienza è stato il grande poster, che occupa tutta la parete del salone del Centro diurno e che raffigura un bosco autunnale pieno di alberi, un corso d’acqua, radure e sentieri che si inoltrano e spariscono in angoli di vegetazione più meno fitta, con sfumature dal verde, al marrone, all’arancio -ruggine. Uno spazio immaginativo e metaforico che fa da sfondo alle nostre giornatedi lavoro. In un progetto ideato e realizzato insieme alla musicoterapista tirocinante Eugenia Andreoli, abbiamo deciso di portarlo in figura e “abitarlo”: con i personaggi che volevamo diventare entrando in questo bosco e dando voce a chi eravamo mentre lo attraversavamo. Questa esperienza è stata realizzata con tutti e due i gruppi di pazienti che frequentano il Centro: un gruppo di anziani fragili senza deficit cognitivi e un gruppo con deficit cognitivo lieve, in alcuni casi demenza di grado lieve-moderato. Le due esperienze, in virtù delle diverse caratteristiche dei gruppi sono state diverse, entrambe significative sotto il profilo emozionale e di partecipazione attiva.Utilizzando strumenti musicali, gesti, suoni, movimenti (con una voce narrante che seguiva l’esperienza man mano che prendeva forma) abbiamo costruito una storia, che è diventata la storia del gruppo e di ognuno di noi. Gli operatori coinvolti erano, oltre me, la musicoterapista tirocinante, e 3 assistenti. Ogni gruppo di pazientiera composto da 14 persone.

Primo gruppo: dal concreto al metaforico-esistenziale
Con questo gruppo l’esperienza si è svolta in due incontri: uno di preparazione e uno di esecuzione, entrambi audioregistrati .Durante il primo incontro, ci siamo soffermati ad osservare il bosco, immergendoci progressivamente con tutti i sensi al suo interno, percependone odori, rumori, suoni, sapori, temperatura, lasciandoci sorprendere dai colori, da quei particolari aspetti che sfuggono ad uno sguardo rapido. Questa prima fantasia guidataha permesso che “entrassimo” nel nostro bosco, e cominciassimo a scoprirlo.Successivamente ho chiesto loro di immaginarsi in questo bosco, diventandone un elemento, o diventando una persona reale o della fantasia, compreso rimanere se stessi. Ed ho chiesto che una volta pronti, lo avessero comunicato a turno.Nel giro di poco, il bosco ha preso vita: il suono delle foglie che cadono, l’acqua che scorre, il rumore dei sassi su cui passa l’acqua, il vento tra le foglie, una bambina che entra in questo bosco, un albero secolare, un animaletto nascosto tra gli arbusti.A questo punto siamo entrati nella fase operativa con cui è terminato il primo incontro: come dar voce a questi personaggi. Ognuno ha scelto tra gli strumenti musicali che normalmente utilizziamo nelle sedutedi musicoterapia, come animare i suoniprescelti, i movimenti, e chi era personaggio ha immaginato in che punto del bosco trovarsi e che cosa andare a fare.La volta successiva il nostro setting era già pronto per l’animazione: strumenti e persone collocati al posto prescelto. Io, come voce narrante, ho iniziato a descrivere lo scenario che si era creato, e in un dialogosonoro che permettesse un gioco di rispecchiamento voce-suono, è cominciata la passeggiata all’interno del bosco: lasciando accadere, descrivendo quello che vedevo man mano succedere, i suoni che nascevano, ho raccontato ciò che succedeva in modo che tutte le persone coinvolte fossero dentro l’esperienza, si sentissero rappresentate ed esistessero anche per chi non poteva vederle, trovandosi in un altro punto del salone. In breve le tracce prescelte nell’incontro precedente, come accade nel divenire imprevedibile della vita, si sono trasformate nel succedersi delle esperienze. La bambina è diventata una specie di Cappuccetto Rosso che ha iniziato a giocare con personaggi incontrati nel suo cammino, la vita del bosco ha cominciatoa trasformarsi anche in una dimensione temporale: il giorno ha lasciato spazio alla notte e il bosco, da spazio allegro e sicuro, si è fatto oscuro e inquietante.A questo punto, la bambina, un po’ spaventata è stata soccorsa da un “ragazzo”: un personaggio nato in quel momento e impersonato da un signore che fino a quel momento era rimasto silenzioso e appartato.Nasce un incontro, uno scambio di giovani vite, di sensazioni, mentre il bosco ricomincia a vivere con i suoni dell’alba: i chiccirichì dei galli, le mucche con i loro campanacci in lontananza, il campanile del paese vicino e l’arrivo dei bambini a giocare nella radura: iniziano i canti infantili, i girotondi, intonati e danzati dai personaggi, accompagnati musicalmente dalla musicoterapista allo xilofono.La voce narrante segue, discreta, accennando appena i cambiamenti, man mano che avvengono.Il bosco si trasforma nella metafora della vita che passa; si popola di adulti, bambini di ieri che si incontrano in questo spazio vissuto. Siamo cresciuti, cambiati, trasformati e nel crescendo emotivo e musicale di questo momento, la tensione si scioglie e il gruppo si riunisce e si riconosce in un canto che nasce dalla sintonizzazione della musicoterapista con il lavoro e con il gruppo e da lei intonato e accompagnato alla chitarra: “Questa è la storia diuno di noi” (da “I ragazzi della via Gluck”, canzone degli anni ’70 di Adriano Celentano).I pazienti si riuniscono in cerchio intorno a lei e insieme cantiamo questo canto liberatorio: una metafora esistenziale con cui si chiude l’esperienza. I personaggi nella fase di condivisione, hanno raccontato la loro esperienza: la signora che ha rappresentato lo scorrere dell’acqua è in sedia a rotelle, attraverso il bastone della pioggia ha espresso il movimento che lei non può fare e come persona, si è rilassata, sentendo il suono melodioso dello strumento da lei suonato, riportano un grande benessere da questo lavoro.“Cappuccetto Rosso”, (novanta anni compiuti), ha rivissuto e raccontato un momento felice della sua infanzia. La signora novantaduenne che esprimeva il suono delle foglie cadenti, si inchinava terra con elasticità ed equilibrio, lei che in casa non riesce a muovere due passi senza dolore.La signora che soffre d’ansia, si è scaricata con soddisfazione sul tamburo, quando rappresentava i tuoni del temporale in lontananza. Il “ragazzo” emerso dal buio, ha raccontato la sua giovinezza piena di ideali, il pericolo di perdersi nell’età giovanile nel bosco dell’esistenza, la caduta di tante illusioni, l’importanza di ritrovarsi oggi, ragazzi e adulti di ieri, in una fase della vita in cui tirare le somme, mantenendo vivo l’interesse per la vita propria. “Là dovec’era l’erba” (la giovinezza, l’ingenuità, ora c’è una città, la vita trascorsa). (La freschezza dell’erba mangiata dal cemento, simbolo anche di quello che si è costruito, nel bene e nel male con gli anni e l’esperienza). Per tutti la possibilità di rivivere i bambini, i ragazzi, gli adulti che continuano a vivere dentro di loro, passeggiando in un bosco-esistenza insieme ad altri compagni di viaggio.

Note metodologiche
La tipologia del gruppo ha permesso un lavoro che passasse dal livello concreto al simbolico-esistenziale. Sotto il profilo musicoterapeutico è stato impiegato il rispecchiamento e il dialogo sonoro, integrati da voce e movimento, l’improvvisazione, il canto accompagnato. La presenza della co-terapeuta ha consentito una divisione dei ruoli e un buon contenimento del gruppo e di creare dei ruoli: una voce narrante che  ermettesse il dispiegarsi dell’esperienza, cucendola tra i vari livelli esperienziali e una voce musicale chesintonizzandosi sui vari passaggi e risuonando con loro facilitasse le espressioni musicali dei pazienti, le sostenesse, fino all’esperienza finale del canto in cui si sono espressi i vari livelli emotivi.Un canto che la sensibilità e la preparazione musicale della musicoterapista hanno fatto emergere  contattando le sue stesse emozioni e ricercando un canale musicale con cui esprimerle e in cui i pazienti potessero riconoscersi e partecipare. I personaggi non hanno utilizzato la comunicazione verbale, delegata alla voce narrante, che dotava anche di un senso narrativo le cose nel loro accadere. I pazienti si sono cosìpotuti concentrare ed esprimersi attraverso tutti i canali non verbali a loro disposizione: canto, movimento, danza, strumenti musicali.Successivamente, in un altro laboratorio, hanno disegnato il loro bosco, completando le possibilità espressive. La musicoterapista ha accompagnato musicalmente l’esperienza soltanto nei punti in cui emergevano suggerimenti dagli stessi pazienti: nel momento in cui questi hanno intonato il girotondo,e le varie canzoni infantili proprie di un Iso sonoro collettivo popolare e regionale, fino al momento catartico in cui è emersa una canzone italiana, anche questa propria di un’identità sonora di un momento evolutivo successivo. ( negli anni ’70 i nostri pazienti erano in un’età adulta centrale e probabilmente questa canzonerimanda un forte senso di appartenenza. Non a caso quasi tutti sapevano bene le parole. La competenza musicale ed empatica della musicoterapista ha confermato l’importanza che questi conosca e sappia riprodurre musicalmente brani dell’Iso dei pazienti con cui lavora e sappia raccogliere come un risuonatore gli echi che gli arrivano dal livello non verbale dell’esperienza.

Il secondo gruppo: “il qui ed ora fuggente”
Con questo gruppo il lavoro si è svolto in un solo incontro: i deficit cognitivi delle persone di questo gruppo, non consentono uno sviluppo di contenuti nel tempo. Il deficit nella memoria, soprattutto quella a breve termine, la difficoltà di espressione linguistica, il disorientamento spazio temporale causati dal procedere del deterioramento cognitivo, fa sì che il tipo di intervento debba essere il più concreto possibile, basato su un hic et nunc che immancabilmente scivolerà via dalla memoria e dalla consapevolezza, ma lascerà una traccia nelle sensazioni, nelle emozioni che si sono condivise e soprattutto permetterà un esperire che difficilmente queste persone possono ancora fare. Il setting non verbale di queste esperienze, fa sì che non ci sia il confronto con la frustrazione dell’impatto con l’impegno cognitivo e possa emergere invece tutta la competenza motoria, emozionale e relazionale di queste persone.Anche qui abbiamo prima osservato il bosco ed individuato dei suoni che potessero dargli vita: è stato creato un bosco molto primitivo, sensoriale. I personaggi non sono stati persone ma animali, elementi della natura. Si è sviluppata una forte dimensione sinestesica, con una immaginazione  concreta dove i sensi hanno dominato il paesaggio. La voce narrante ha sottolineato le varie apparizioni sonore, confortate dal riconoscimento e tranquillizzate dall’attribuzione. La durata del lavoro è stata sintonizzata sui tempi di attenzione e concentrazione di queste persone ed il momento culmine dell’esperienza è stato caratterizzato dal distaccarsi dal  gruppo di una signora affetta da demenza, tra le più giovani pazienti del gruppo, dotatadi una grande musicalità e piacere per il movimento. Immersa nel mondo sonoro che si era creato si è andata sdraiare sotto il poster, sul pavimento. Ho aspettato che terminasse l’improvvisazione musicaleper chiederle con delicatezza di tornare tra noi e la sua risposta, mentre si riaccomodava tra noi, è stata, con franco accento romano: “ma perché dovrei tornare lì,?Sto tanto bene sotto queste fronde, a godermiil fresco dell’acqua che scorre e ilcanto degli uccellini…”Non poteva darci una risposta più gradita e congrua all’esperienza, questa signora, che nonostante la patologia di cui soffre e probabilmente con un grado di disinibizione comportamentale che in questo caso è stata facilitante, ha potuto concedersi un’esperienza gratificante, assaporandola e recuperando momenti di vita che le restituiscono il senso di esistere come persona e non come malata.

Conclusione
Questa seconda esperienza ci conferma come le nostre proposte devono adeguarsi costantemente alle persone con cui lavoriamo, per permettere loro di potersi esprimere in un setting protetto e restitutivo disenso. I due lavori, profondamente diversi, interessano e coinvolgono noi operatori se abbandoniamo il giudizio, la aspettativa di un risultato e ci mettiamo rispettosamente a disposizione di un divenire che emerge là dove c’è accettazione e curiosità, possibilità di condividere ed anche di imparare da chi è differente da noi ma altrettanto umano ed amabile.